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   Storie » Il Sogno  
 
Pubblicato Venerdì 22 Luglio 2005 da paolo
 
 

Surf da onda
Finalmente il sogno si avvera. Il sogno ricorrente fin dai primi anni di surf... dai primi viaggi in Francia Spagna, Portogallo... Isole Canarie... allargandosi gli orizzonti anno dopo anno... fino al Sud America e all'Australia... scoprendo terre via via più lontane con onde sempre più perfette... l'Indonesia... il sogno di fare un viaggio assieme agli amici con cui hai iniziato a surfare, i tuoi surf-mates, si è avverato.

Sempre con il solito spirito di quando eravamo ventenni, essendo per la metà surfisti e per l'altra metà esploratori, ci avventuriamo in questo viaggio nelle isole più remote dell'Indonesia, dove le onde perfette sono surfate di rado da due tipi di surfisti: quelli nomadi, sporchi di polvere, costretti a lunghi e difficili viaggi via terra attraverso regioni dimenticate dal Signore e quelli giunti a bordo di lussuosi Yachts, puliti e riposati. Da Bali partiamo con un'auto a noleggio, tavole legate sul tetto, raggiungiamo in nave un'isola non molto lontana geograficamente, ma molto diversa. E' un'isola tagliata fuori dalle rotte turistiche convenzionali, popolata una genti diverse, di prevalenza di religione mussulmana, alcuni dei quali piuttosto integralisti. La vista dell'isola al nostro arrivo è incredibile: adagiata in un mare profondo blu, brulla, risalta la cima aguzza della montagna al centro, giallognola dal colore della sabbia. E', in effetti, un paesaggio molto diverso da quello che mi aspettavo, abituato al rigoglioso verde intenso di Bali, Lombok e delle altre isole indonesiane che avevo girato. L'impressione è di essere in un paese del medio oriente, i paesaggi erano simili a quelli visti e rivisti in TV da quando ero piccolo, durante i collegamenti con gli inviati di guerra: Gaza, Iran, Afganistan o Iraq che sia... Alla sommità della montagna c'è la capitale, una città in qualche modo proibita, che gli stranieri evitano. Ma la nostra meta con le agognate onde è raggiungibile per la via litoranea che gira attorno alla montagna, per cui non dobbiamo preoccuparci. Iniziamo a viaggiare lungo la strada polverosa. Ai bordi della strada piccole casette di mattoni di fango, dello stesso colore della sabbia, si confondono con il paesaggio. Bambini ci salutano, capannelli di uomini a chiacchiera si voltano al nostro passaggio. E' un paesaggio piuttosto surreale, piuttosto differente da quello che ci saremmo aspettati. Quasi ammaliati dal posto proseguiamo lungo la strada rettilinea fino a perdita d'occhio. Quasi in un baleno ci ritroviamo alle porte della capitale, la temuta città proibita! Non ci siamo accorti del bivio e neppure della salita fino alla cima della montagna che dal basso sembrava tanto irta e ripida. A questo punto non sappiamo più che cosa fare. Pensiamo che la cosa migliore sia fare inversione a U e tornare indietro per riprendere la litoranea. La tentazione di varcare quelle mura merlate, di passare quella porta con l'arco a sesto acuto è tanta. In effetti, lo spettacolo è molto bello. Le casupole color sabbia hanno lasciato posto a maestose mura, del solito colore giallognolo, quasi finemente cesellate da un susseguirsi infinito di merli. La vista mi ricorda la città marocchina di Taroudannt, ma è ben più imponente. Da dietro le mura si possono scorgere alti minareti e una miriade di palme da cocco, rigogliose di un verde intenso, che fanno trasparire lo splendore della città. In questo minuto di smarrimento ci raggiunge un giovane uomo, vestito con una tunica a strisce bianca e nera, con un copricapo sulla testa. Si dimostra subito molto disponibile ad aiutarci, gli spieghiamo che abbiamo sbagliato strada, che dovevamo prendere la strada che gira attorno ai piedi del monte e che saremmo tornati indietro. Lui ci dice che tornare indietro è una sciocchezza, che passata la città, dopo la discesa siamo presto arrivati, che è molto semplice e veloce. Ci rassicura sul fatto che non c'è alcun pericolo nel passare da dentro e che ci avrebbe fatto da guida, quindi ci decidiamo a seguirlo. Ci ritroviamo a seguirlo a piedi, quasi a rincorrerlo in una specie di corsa. Lui davanti con passo svelto entra da una porticina in un palazzo. Noi quasi in affanno lo seguiamo, ogni tanto rallentiamo con lo sguardo perso per poi accelerare il passo per riprenderlo. Prende una specie di scorciatoia attraverso gli edifici. Seguendolo entriamo in maestose sale con il soffitto altissimo, con pavimenti di mosaici ma piuttosto disadorne, senza arredi. Poi corridoi, molto ampi, con la penombra interrotta da un'inondazione di luce attraverso strette finestre con volta ad arco acuto. Poi ancora saloni, scorci su mercati gremiti da uomini e da donne con il volto coperto. Passiamo per strette porte che danno accesso a grandi spazi, per poi uscire per strada. Lui va con un passo tanto svelto che non ci permette di focalizzare le cose, è un po' come vedere un documentario a velocità doppia. La città si presenta con ampi viali, giardini, palme, è una specie di oasi. Le strade più piccole hanno loggiati con colonne sotto i quali si aprono le botteghe di commercianti, profumi di spezie e di the si diffondono nell'aria. E' una città molto viva, si vede un sacco di gente in giro. Gli occhi delle donne nascoste sotto il velo in qualche modo ci sorridono e lasciano pensare a giovani belle ragazze. La città è caotica, tuttavia ordinata, il traffico è scorrevole. Ci sono carri trainati da buoi, uomini che spingono carretti ma noi riusciamo a procedere celermente. La sensazione è molto bella, gioiosa, avere scoperto questo posto da tutti dipinto come proibito e pericoloso, avere trovato gente ospitale che timidamente ci da il benvenuto. In questo momento non pensiamo più alle onde che avremmo potuto surfare, il vero motivo del nostro viaggio. Forse abbiamo trovato qualcosa di meglio, in queste terre lontane e diverse. Lasciamo alle spalle la città segreta e mentre scendiamo verso valle verso il profondo blu, rassicurante, del mare, mi volto ancora una volta. Vedo la cinta di mura merlate stagliata nel cielo azzurro chiaro che racchiudono la città proibita, quasi fosse una fortezza di altri tempi.

 
 
 

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