Anticiclone e niente freddo

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   Storie » Nel cavo dell'onda  
 
Pubblicato Sabato 14 Giugno 2008 da cortomaltese
 
 

Surf da onda
Se guardi verso il litorale vedi lo stormo di gabbiani che vira a dritta, puntando l’indaffararsi dei pescatori. Armeggiano a riva con corde e trattori, tirando le reti che qualche ora prima la barca a guscio di noce aveva portato verso il largo.

Il baccano dello stormo annuncia il suo l’appetito insaziabile: figuriamoci se può mancare l’appuntamento di pesca. Basso sull’orizzonte il sole si rilassa, un’arancia liquida in fiamme, rotonda, in bilico sulla linea d’acqua. Sotto di te, l’Oceano. Calmo. Così calmo da sembrare un mare: solo la coscienza che a ovest si srotola fino all’America lo rende differente. Ti volti verso il largo. Acqua. Che non termina. Un brivido ti percorrere le vertebre: sei abbastanza lontano da riva per sentirti isolato dalla terraferma, assieme agli altri amici che galleggiano vicino a te, ciascuno seduto sulla sua tavola in attesa dell’onda giusta, ciascuno vedetta indipendente della sua serenità.

I set arrivano regolari e distesi, onde da un metro, un metro e mezzo massimo. Quante volte sei rimasto così, a mezz’acqua, ad aspettare che un tremolio scuotesse l’orizzonte? Niente più che un fremito, che via via che s’avvicina s’ingrossa e prende la forma liquida dell’onda, modellato dal vento e dalle correnti. E ogni volta è una sorpresa, quando ti ritrovi davanti il muro d’acqua in procinto di frangersi, sostenuto in bilico da una debole brezza off-shore: la cresta graffiata dal vento sembra debba frangere da un momento all’altro, ma resta su, chissà come, crollandosi senza rompere. Da piccolo i cavalloni li osservavi da riva, già gorgoglianti di spuma, ché mamma e papà mica ti permettevano di andare dove non si toccava, con onde così grosse, Sai mai che il mare ti porti via, ti dicevano, in un attimo di distrazione, e di sicuro in quell’attimo avresti pensato, Magari!, ché eri appena un cinno – li potevi contare con le dita di una sola mano, gli anni – ma con le idee abbastanza precise in testa, a livello di amore per l’acqua. Ora che hai polpacci più grossi e molte lune sulle spalle, ti godi l’ottica privilegiata di chi le onde le vede nascere e può studiarle, per scegliere quella migliore da prendere.

Come te, gli altri sono intenti nella stessa occupazione, con una calma assoluta sottopelle e gli occhi vibranti d’attesa. Si scherza, ci si schizza, parte qualche sputo e qualche battuta pesante. Le risate si rincorrono sull’acqua a distanze tripliche che in terraferma. Ma quando arriva il set tutti si zittiscono, girando la tavola verso riva e restando con la testa ruotata all’indietro per capire il momento giusto da dedicare al take-off.

Arriva la prima.

Aspetti. Qualcuno parte, e puoi seguire il profilo del busto mentre gira a destra e cerca di scodinzolare sulla cresta.

Seconda.

Terza.

Un rapido sguardo agli altri, per esser certo che spetti a te, e parti, con l’Oceano sotto che oscilla, prendendoti nel suo respiro. Nemmeno devi remare, solo alzarti, saltando sulla tavola quando la verticale del muro d’acqua s’apre dritta sotto di te, e scivolare sul quel fiato umido, scegliendo la direzione suggerita dell’onda. Questa per esempio è una sinistra, che per te, goofie, significa dare le spalle a terra e poterne accarezzare il ventre ancora rotondo, stendendo la mano su quella curva bellissima ed elegante, increspandone appena la superficie liquida con la punta delle dita, rincorso dal suono potente del frangere.
Tutto attorno diventa vivido, ogni colore, anche il più insignificante, comincia a pulsare più forte del normale, e se potessi vederti le pupille, scopriresti che non c’è un trucco, sono della loro normale dimensione, niente facile spiegazione chimica: è come se fossi entrato in un’altra dimensione, bella, ospitale, dove ogni sensazione si distende assieme ai muscoli, liberando energia strana, che ha lo stesso tepore accogliente della pelle della tua donna. La velocità nemmeno l’avverti, nonostante tu stia già correndo un bel po’, ma è come se ogni movimento, scivolare compreso, fosse il più naturale del mondo, e non ci fosse niente di cui stupirsi, nemmeno di questa serenità che ti esplode dentro e che chissà da dove arriva, euforia schizzata a lampeggiarti negli occhi.

Non è facile da spiegare, un momento prima non c’era niente di tutto questo, e un momento dopo non ci sarà più, ma adesso senti di essere vita che scorre, e non importa se di questa sensazione rimarrà soltanto un’impronta leggera sulla pelle, un’orma confusa dal luccichio del colore abbronzato, niente di più, perché è così dirompente da vibrarti nelle ossa e guarirti da ogni cicatrice, amore compreso, come se fossi avvolto da un’immensa carezza, quella di dio, forse, se davvero esistesse e per la frazione d’un istante si fosse distratto dalle sue occupazioni quotidiane, interessandosi di questo ragazzo in mezzo all’oceano, che non si capisce perché, buffamente in equilibrio su una tavola, abbia gli occhi così lustri.

Ci puoi diventare matto, se cerchi di capire finché non ci sei dentro, e quando ci sei dentro già non hai bisogno di capire più niente, perché sei, e basta, spirito che fluttua sull’acqua e pensa Trovarla, una prospettiva così, per viverci sempre, nella vita.

Poi i colori si attenuano e tutto ritorna naturale: ti ritrovi in acqua, seduto sulla tavola, a guardare dove sono finiti gli altri. Con lo stesso gesto ripetuto mille volte ti stendi e torni a remare, per ricompattare il gruppo.

 
 
 

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    Re: Nel cavo dell'onda (Voto: 0)
    da mareno il 03/12/2009
    (Info Utente | Invia un Messaggio)
    non capisco come non si possa votare quest'articolo se non con un 10..e' splendido e descrive perfettamente le stesse sensazioni che ho provato la prima volta che mi sono infilato nel tubo..

    bello,bello,bello!!

     
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